mercoledì 3 giugno 2015

Eugenio Montale - Spesso il male di vivere


Elaborazione di Mario Rotta.



Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori dal prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


1) Localizzazione: 
Spesso il male di vivere è una poesia di Eugenio Montale, uno dei massimi esponenti della lirica italiana del Novecento. Fa parte della raccolta, Ossi di Seppia (1925), come Meriggiare pallido e assorto.

2) Tema e struttura: 
Il tema principale di questa poesia è l'indifferenza. Secondo Montale, tutti gli esseri viventi sono destinati alla sofferenza. Per andare avanti l'unica arma da usare in questo caso, per cercare di raggiungere un minimo di felicità è essere indifferenti.
Un altro tema importante è l'università dell'esperienza del dolore. Questo si può vedere subito nel primo verso: “il male di vivere” è la sofferenza che caratterizza la vita degli uomini.

3) Stile letterario:
Si tratta di una poesia in quartine endecasillabe, tranne l'ultimo verso che è ipermetro (cioè più lungo di un endecasillabo), con rima incrociata ABBA CDD divisa in due strofe. 
Dal punto di vista fonetico possiamo notare l'uso frequente della consonante Z, e l'uso delle onomatopee, solite delle poesie di Montale. 
Dal punto di vista morfologico, nella prima strofa possiamo trovare verbi all'infinito, presente e imperfetto. Nella seconda strofa troviamo verbi al passato remoto e all'imperfetto. 
La poesia viene descritta osservando il luogo in cui si trova il poeta. Montale prende una scena comune, che possiamo vedere ogni giorno, e le attribuisce il suo significato personale.  

4)Valutazione: Questa poesia mi è piaciuta molto, non perché rispecchi pienamente me stessa ma perché, un poco, si avvicina al mio modo di pensare, ad esempio con la teoria dell'indifferenza.


Chiara Cerone

Eugenio Montale - Caro piccolo insetto




Drusilla Tanzi ("Mosca") ed Eugenio Montale


Caro piccolo insetto
che chiamavano mosca non so perché,
stasera quasi al buio
mentre leggevo il Deuteroisaia
sei ricomparsa accanto a me,
ma non avevi occhiali,
non potevi vedermi
né potevo io senza quel luccichìo
riconoscere te nella foschia.



Questa poesia, tratta dalla raccolta Satura (1971) parla della moglie di Eugenio Montale (Drusilla Tanzi), morta dopo una grave malattia. Il poeta racconta che, mentre leggeva il Deuteroisaia (uno dei libri dell’Antico Testamento) ha sentito la moglie proprio accanto a lui. Lei, però, ma non aveva gli occhiali quindi non poteva vederlo né lui poteva vedere lei, perché non c’era il luccichio degli occhiali a guidarlo.


Giuseppe d’Aquino

Eugenio Montale - Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale




Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Anche questa poesia è tratta da Satura, e anche questa è dedicata alla moglie. Entrambe appartengono alla sezione Xenia.
Nei primi due versi Montale fa capire quante volte lui e la moglie abbiano sceso le scale assieme, cioè quanto tempo abbiano passato insieme.
Nel 3° e 4° verso dice che anche se la loro relazione è durata molto, a lui è sembrata davvero molto veloce

Nella 2° strofa lui fa capire che, anche se facevano le scale insieme per la miopia della moglie, lei era l’unica tra i due in grado di comprendere l’autentico senso della realtà andando oltre le apparenze.


Giuseppe d'Aquino

mercoledì 27 maggio 2015

Salvatore Quasimodo



Salvatore Quasimodo nasce a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorre la sua infanzia in Sicilia. Nel 1926 viene assunto come geometra presso il Genio Civile di Reggio Calabria; in quel periodo scrive le opere che confluiranno nella raccolta “Acque e terre”. Nel 1934 ottiene la cattedra di letteratura italiana al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Negli anni ‘50 vince numerosi premi, il più importante dei quali è il Premio Nobel per la letteratura nel 1959. Muore a Napoli nel 1968. 
Tra le prime pubblicazioni di Quasimodo troviamo le raccolte Erato e Apollon (1938), Ed è subito sera (1942); nel dopoguerra escono Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è un sogno (1949). Successivamente vengono pubblicati Il falso e il vero verde (1954), La terra impareggiabile (1958), Dare e avere (1966). 

I TEMI E LO STILE

La raccolta Acque e terre è costituita da 25 poesie, scritte tra il 1920 e il 1929, che hanno un forte carattere autobiografico. Attraverso un linguaggio apparentemente semplice ma ricco di significati nascosti, l’autore esprime la propria interiorità: i temi ricorrenti della raccolta sono infatti la nostalgia per l’infanzia e per i paesaggi siciliani, il senso di solitudine, il complesso rapporto dell’autore con Dio e soprattutto l’identificazione con la natura circostante che spesso rispecchia i suoi stati d’animo.

Arianna Pianezze

Salvatore Quasimodo - Alle fronde dei salici


Guernica - Pablo Picasso


E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento 
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero 
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

ANALISI

Nel settembre 1943, l’Italia risultava divisa in due parti. Nella parte meridionale, controllata dagli alleati, era stata restaurata la monarchia del re Vittorio Emanuele III. Nella parte centro-settentrionale Mussolini aveva creato la Repubblica sociale italiana. Di fronte a tutto ciò il poeta rivendica alla poesia l’impegno civile di “rifare” l’uomo. 
L’opera, composta nel 1945, è tratta dalla composizione “Giorno dopo giorno” del 1947. Il testo è breve, costituito da una sola strofa, i versi sono sciolti e della stessa misura (endecasillabi). I periodi sono due: il primo è una lunga interrogazione; il secondo è una rapida dichiarazione. L’uso della punteggiatura è irregolare. Il registro lessicale è alto, letterario. Il testo è ricco di figure retoriche, tra cui le metafore (“cantare”, “con il piede straniero sopra il cuore”), le analogie (“erba dura”, “lamento d’agnello”). 
Le immagini sono potenti e dure: i temi principali sono i mali della guerra, l’occupazione di una terra non propria, gli omicidi, le deportazioni, i genocidi, la distruzione.

Arianna Pianezze

Salvatore Quasimodo - Milano, agosto 1943











Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s'è udito l'ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

ANALISI

Nell’agosto del 1943, violenti bombardamenti colpiscono Milano. L’abituale immagine della città, fervida di vita e di lavoro, viene sconvolta: dappertutto si osservano segni di violenza, di distruzione e di morte. 
L’opera è tratta dalla composizione “Giorno dopo giorno” del 1947. Il testo è costituito da tre sequenze: il bombardamento, che ha portato solo distruzione, il silenzio di morte, non turbato da nulla, lo smarrimento impotente e la disperazione. La composizione è breve, costituito da una sola strofa, i versi sono liberi, di varie misure, con assonanze. Le frasi rispettano un ordine sintattico abbastanza regolare, le parole sono semplici, comuni, vicine al parlato. Le immagini sono forti e reali. 
Il poeta non canta più l’angoscia individuale, ma il dolore di un popolo. Per descrivere questa situazione, il poeta non punta sulle raffinate elaborazioni linguistiche e analogiche tipiche dell’Ermetismo, ma su tecniche più tradizionali: la ripetizione (“morta”), la simmetria (“non scavate, non toccate”), la sottolineatura di certi effetti (“così … gonfi”). 
(Arianna Pianezze)

Salvatore Quasimodo - Ed è subito sera











Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.


Nell’opera possiamo notare evidenti riferimenti all’Ermetismo, come la notevole brevità della composizione e l’uso di parole essenziali che esprimono perfettamente ciò che il poeta provava. Il primo verso esprime la solitudine dell’uomo che, trovandosi “sul cuor della terra” è tuttavia al centro delle cose. Ogni prospettiva di tipo naturalistico è abolita. 

Arianna Pianezze